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Presentazione
di Vincenzo Pirro
La vocazione industriale di Terni è iscritta
nella “postura di questa città e nella stragrande abbondanza delle acque di che
può valersi”(1).
È vocazione che si manifesta precocemente e si indirizza verso la lavorazione
del ferro. Il lavoro, umanizzando le potenti forze della natura, converte le
specialità di Temi, ossia il fattore topografico e quello idrodinamico, in
processo culturale e storico. |
Fin dal 1580 alcuni 'speculatori' lombardi chiesero e ottennero dal Comune di
Terni di erigere e far funzionare un Opificio per il depuramento e la lavorazione
del ferro. Non si sa con precisione se la ferriera venne poi realizzata e
attivata, né da dove si rifornì eventualmente delle materie prime(2), quel che
importa notare è che il territorio ternano ebbe una forza d'attrazione sugli
imprenditori “forestieri” già agli inizi dialetti moderna.
Tra la fine del Cinquecento e i primi del Seicento, lo Stato pontificio cercò di
creare un'industria metallurgica autosufficiente, ossia alimentata dal minerale
estratto entro i confini nazionali. Per questo procurò di sfruttare la Miniera
di Monteleone di Spoleto, presso cui venne anche installato un forno fusorio
alimentato da carbone di legna e ventilato da una caduta d'acqua derivata dal
fiume Corno.
L'esercizio della miniera e della magona continuò fino al 1703, allorché un
terremoto in Valnerina ne danneggiò gli impianti e gli edifici.
Solo alla fine del Settecento il Governo pontificio, per evitare l'esaurimento
della produzione siderurgica, decise di riattivare la miniera e la ferriera di
Monteleone di Spoleto. Nel 1790, infatti, Pio VI, pontefice riformatore, diede
incarico a Filippo Carandini, prefetto della Congregazione del Buon Governo, di
riprendere l'attività estrattiva e fusoria a Monteleone, ripristinando gli
impianti(3).
Quasi contemporaneamente il papa affidò al Carandini anche il compito di
costruire a Terni una ferriera, quasi a riprendere una tradizione metallurgica
che risale al Cinquecento.
L'insediamento produttivo sorse presso il ponte di Sesto (poi detto di
Garibaldi), alimentato da un canale derivato dal Nera (l'antico canale Pantano),
che forniva otto metri cubi di acqua al secondo. La ferriera di Terni era
collegata alla miniera di Monteleone che forniva la materia prima, il cosiddetto
ferraccio, da cui venivano ricavati oggetti e utensili di uso quotidiano.
Nel 1794 il Carandini concesse la miniera e la ferriera in affitto a un
imprenditore ternano, il marchese Marcello Sciamanna, che investì nell'impresa
un ingente capitale, soprattutto per riparare la paratia sul fiume Corno
soggetta a continui crolli.
Il primo trattamento del ferro avveniva presso la miniera di Monteleone, in tre
fasi: l’“abbrustolitura” , ossia un principio di fusione su cataste di legna; la
“lavanda”, ossia la separazione della terra dal minerale mediante getti di
acqua; infine la fusione nel forno a carbone. In quest'ultima operazione, che
aveva la durata di 8 mesi, si consumavano nel forno tre milioni di libbre di
minerale e si estraeva circa un milione di ferro fuso.
Quindi il minerale, attraverso la cosiddetta “via del ferro”(4), veniva
trasferito su carri alla ferriera di Terni, ove era di nuovo fuso e battuto
sotto i magli per eliminarne le scorie e renderlo idoneo alle lavorazioni
successive.
Nella ferriera erano installati tre magli e tre fucinali messi in movimento
immediato da “rotoni” idraulici in legno. Il ferraccio, sotto le forge, subiva
una grandissima perdita, pari al 30 per 100. Proprio il basso rendimento della
ferriera, dovuto all'eccessiva presenza del carbonio nel ferro, rendeva
antieconomica l'impresa. Tanto che, nell'aprile del 1797, lo Sciamanna ottenne
dal papa la riduzione del canone d'affitto e poi la sua sospensione.
La ripresa delle guerre napoleoniche nei territori dello Stato pontificio creò
una situazione politica nuova, dagli importanti risvolti economici.
Nel gennaio del 1798 Alessandro Berthier, luogotenente di Napoleone, con un
esercito franco-cisalpino si spinse dalla Valle Padana nelle Marche e
nell'Umbria, diretto a Roma. Il 15 febbraio il generale francese, salito sul
Campidoglio, dichiarò decaduto il potere temporale della Chiesa e ristabilita
l'antica Repubblica Romana.
Terni, con il resto dell’Umbria, fu coinvolta nella rivoluzione portata dai
Francesi ed entrò a far parte del nuovo Stato repubblicano creato dall’“invitta
e gloriosa Nazione Francese” non solo con la forza delle armi ma anche delle
idee. Quello che accadde a Terni nel biennio 1798-99 è comune all'Italia
giacobina. Anche qui la logica rivoluzionaria sconfinò nella logica
imperialistica, la liberazione si convertì in occupazione e sfruttamento. Anche
qui la surrealtà ideologica, tipica della mentalità illuministica, mascherò
interessi di potenza e alimentò la guerra di conquista(5).
L'iniziativa del Ministro Toriglioni di rendere efficienti e produttive la
miniera di Monteleone e la ferriera di Terni, nell'estate del ‘98, rispondeva
all'urgente bisogno di ferro della Repubblica Romana, dietro la quale però agiva
il Direttorio francese che sfruttava le risorse locali, utilizzando abilmente
l'arte della propaganda ideologica al fine di giustificare la politica di
rapina.
Essa viene presentata come un'operazione tecnica e finanziaria di tipo razionale
e moderno, in contrasto con i metodi antieconomici e irrazionali del governo
pontificio; come esempio di democrazia e di trasparenza economica da
contrapporre all'autoritarismo dei cardinali (i“rossi Mamalucchi dell'Italia”) e
All’arbitrio del papa (il “despota di Roma”). E intanto i Francesi, con
l'appoggio dei “patrioti” e dei “giacobini” locali, per mantenere l’Armata e
finanziare la guerra della Francia contro la coalizione europea, imponevano alla
piccola comunità di Terni, come alle altre popolazioni della Repubblica Romana,
restrizioni politiche ed imposizioni fiscali che colpivano indiscriminatamente
tutti i ceti sociali, provocando un generale scontento che nelle campagne
assunse la forma dell’insorgenza antifrancese.
Il Cittadino Scipione Breislak, ispettore dei lavori mineralogici della
Repubblica Romana, dopo un accurato sopralluogo a Monteleone e a Terni, redige
una dettagliata relazione tecnica e insieme politica, che sente il bisogno di
pubblicare a stampa per due fondamentali ragioni: “1° perché nella Democrazia è
bene che ogni cittadino sia informato degli affari della sua Patria, sia
invitato a somministrate i suoi lumi, e più di tutto è bene che i conteggi siano
pubblici; 2° affinché la nazione, istruita sempre più nelle scelleraggini dei
suoi passati despoti, sia maggiormente penetrata di gratitudine verso i suoi
liberatori e conosca il pregio di quella libertà che gode”.
Parole nobili, come si può vedere, che sono contraddette clamorosamente dai
fatti, dall'identificazione del “patriottismo” con l'universalismo alla
francese, dallo scambio della libertà dei popoli con la “liberazione” portata
dalle armi straniere.
Entrando nel merito della questione, il Breislak denuncia la torbida politica
del Carandini (il “porporato Visir”), che, per rifarsi dei cattivi investimenti,
avrebbe imposto allo Sciamanna l'affitto della Miniera e della Ferriera ad un
prezzo esorbitante, avvalendosi dell'illimitata autorità di cui i cardinali
godevano e considerandosi superiore a tutte le formalità legali. Quindi propone
di razionalizzare l'impresa, con accorgimenti tecnici ed economie, onde ottenere
dalla Miniera e dalla Ferriera un rendimento superiore a quello che avevano
avuto fino ad allora.
Per quel che riguarda l’“organizzazione economica” dell'affare, egli suggerisce
innanzitutto di ridurre le spese di trasporto, introducendo a Monteleone una
semplicissima macchina con una corda tesa dalla cima della montagna alla sua
base; in secondo luogo di bandire una gara per l'affitto della miniera e della
ferriera, e intanto rinnovare il contratto con lo Sciamanna a un prezzo congruo.
Per quel che riguarda gli aspetti tecnici, egli è del parere che la prima cosa è
scegliere nell'alveo del fiume Corno un luogo adatto per fissarvi lo
sbarramento; la seconda è quella di riservare alla miniera e alla ferriera delle
macchie per il rifornimento sicuro della legna; la terza è utilizzare il più
possibile legna dolce adatta per le forge, ricorrendo anche al sistema di
tagliare gli alberi quando sono privi di foglie e farne il carbone dopo una
buona stagionatura.
Ma perché dal progetto si passi all'esecuzione aggiunge il Breislak, che
partecipa della moderna cultura d'impresa, è necessario scuotersi dallo "stato
d'inerzia " e approfittare dei “lumi delle altre nazioni, che, fornite dalla
natura di minori ricchezze territoriali, sono divenute molto più ricche di noi a
forza di industria e di studio”.
Il geologo Breislak, che era stato preceduto da un “commissario” nel rendiconto
al Governo di Roma sull'andamento dell'industria mineraria e metallurgica di
Monteleone e di Terni, mostra di saper unire realismo economico e dottrinarismo
politico, senso degli affari e ispirazione ideologica. Egli inserisce i dati
tecnici e finanziari, l’analisi retrospettiva e il progetto di modernizzazione
dell'industria, in un discorso più ampio sul dispotismo dello Stato clericale e
sui benefici della democrazia, con argomenti e toni mutuati dalla filosofia
politica della rivoluzione.
Lo stile oratorio della cornice ideologica, con le tipiche concessioni al
democratismo giacobino e all'anticlericalismo radicale, non inficia il metodo
scientifico, puntiglioso e preciso, anzi gli dà vigore ideale. Il risultato è
una sintesi efficace di elementi politici e scientifici, un piccolo capolavoro
di arte oratoria, geologia e mineralogia.
A distanza di oltre due secoli, la Relazione sulla Miniera di ferro di
Monteleone e Ferriera di Temi, uscita dalla penna di Scipione Breislak, appare
un documento prezioso per comprendere il nesso, laico e moderno, tra politica ed
economia, cultura borghese e spirito imprenditoriale. Riproporla oggi al grande
pubblico nella forma tipografica originaria è un modo di recuperare la memoria
del passato, su cui riposa la vita di una comunità, ricostruire la preistoria
dell'industria ternana senza forzature retoriche.
è difficile dire quali esiti pratici ebbe il tentativo “repubblicano” di
modernizzare la ferriera di Terni. Dalla Relazione si intuisce che l'operazione
richiedeva tempi lunghi, inconciliabili con lo stato di guerra, ed è presumibile
che, seppure avviata, sia stata interrotta dagli eventi politici e militari
culminati coll'abbattimento della Repubblica Romana e la restaurazione
pontificia nell'estate del ‘99. Sappiamo solo che la Ferriera sopravvisse alle
vicende napoleoniche ed ebbe una storia lunga e travagliata.
Verso la metà dell'Ottocento raggiunse uno sviluppo significativo sotto la
direzione tecnica proprio di un francese, l'ingegner Felice Gauthier, che, con
la collaborazione di alcuni connazionali, intraprese importanti lavori di
trasformazione per quanto riguarda sia gli edifici che i macchinari, seguendo il
modello degli stabilimenti di ferraccio che esistevano Oltralpe,
tecnologicamente più avanzati(6).
A detta di Lodovico Silvestri, che fu testimone delle novità introdotte nella
Ferriera di Terni, “in meno d’un anno – grazie all'ingegnere francese – vi si
attivano tre nuovi fucinali, altri e tanti magli, vari Cilindri, un Torno, una
Macchina a stantuffo, e quant’altro coi più studiati metodi meccanici si operava
in Francia”(7)
Le macchine, disposte in “capaci e comodi ambienti”, attivate da ruote fucinali
in ferro, davano un'immagine nuova e moderna della Ferriera di Terni, il più
importante insediamento siderurgico dello Stato pontificio, che poteva così
andare orgoglioso dei successi in campo industriale(8).
Non fu né il caso né il destino a ristabilire la circolazione di uomini e di
idee tra la Francia e Terni dopo circa mezzo secolo, ma il fatale incalzare
della rivoluzione industriale che percorreva le vie d'Europa. Tra il Breislak e
il Gauthier esiste una continuità ideale.
La Relazione dell'ispettore “giacobino” non rimase sterile, perché aprì
l'orizzonte in cui operarono gli imprenditori e i tecnici di formazione
positivistica, attenti ai fatti, alle innovazioni tecnologiche,
all’organizzazione del lavoro, alle leggi del mercato, che stanno a fondamento
della moderna “civiltà del ferro” a cui Terni ha dato un contributo non
secondario. [...]
NOTE
1
P. GAROFOLI, Terni e sue specialità, Terni
1856.
2 Cfr. Archeologia industriale e territorio a Terni. Siri, Collestate, Papigno,
a cura di G. BOVINI, R. COVINO, M. GIORGINI, Ed. Electa, Perugia 1991, p. 25.
3 Ivi, p. 26.
4 U. SANTI – A. INVERNI, La Valnerina e la Via del Ferro, Perugia 1998.
5 V. PIRRO, Terni nell’età rivoluzionaria e napoleonica, Ed. Thyrus, Arrone
1989.
6 G. PAPULI, L’industria prima e dopo l’Unità, in Storia Illustrata delle città
dell'Umbria, Terni, a cura di M. GIORGINI, tomo li, Sellino editore, Milano
1994, p. 334.
7 Storia contemporanea o statistica della città di Terni a tutto il 1858, in
appendice alla collezione di MEMORIE STORICHE, Il edizione a cura di E. CIOCCA,
Edizioni Thyrus, Temi 1977, p. 774.)
8
“L Album”, anno XIII, Roma 5 settembre 1846. |