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Premessa
La Perugina, e
con essa la Buitoni, è ormai da un ventennio uno dei casi
industriali più studiati in Italia. I
motivi sono vari e diversi. Il primo, e più rilevante, è
rappresentato dal riordino in due fasi – la prima tra il
1982 e il 1985, la seconda tra il 1995 ed il 1997 –
dell’archivio storico dell’azienda. Il secondo è di carattere
scientifico. |
La Buitoni e la
Perugina rappresentano un caso di studio esemplare di ascesa e
declino delle forme di capitalismo familiare in Italia, di azienda
cresciuta enormemente nel corso di un sessantennio grazie
all’attività di cinque generazioni di Buitoni che, tra gli anni
settanta e ottanta, vede esaurirsi il ruolo della famiglia, la sua
uscita dal novero dell’imprenditoria italiana e il passaggio delle
aziende ad altri soggetti: prima un grande gruppo finanziario
italiano, la Cir di Carlo De Benedetti, poi una società
multinazionale: la Nestlé.
Ciò ha gemmato un’abbondante letteratura che ha indagato su molti
aspetti della vita della società, del gruppo,
dei Buitoni, con una attenzione particolare nei confronti di
Giovanni, la cui figura di imprenditore è stata
ritenuta centrale per comprendere la crescita delle aziende e del
gruppo.
Se sulla storia della famiglia e delle società, in generale e su
singoli aspetti – primo tra tutti la pubblicità–molto è stato
scritto, meno note sono due vicende parallele che si intrecciano
strettamente con la storia aziendale. La prima è quella dei
lavoratori e delle loro organizzazioni all’interno dell’azienda,
cui solo recentemente – in occasione del centenario – per
iniziativa della Cgil è stato dedicato un volume di interviste e
testimonianze di operai e sindacalisti4. La seconda è
rappresentata dal rapporto tra la fabbrica e la città, più stretto
di quello che appaia a prima vista, soprattutto per quanto
riguarda il quarto di secolo compreso tra il 1960 ed il 1985.
L’ambizione di questo lavoro è quella di correlare tra loro le
diverse “storie” che si coagulano intorno alla fabbrica e
soprattutto i legami tra quest’ultima e la città dal punto di
vista sociale, dei processi di sviluppo economico ed urbanistico.
L’ipotesi è che le specifiche vicende siano legate da molteplici
fili che tessono una trama unitaria.
Più semplicemente l’ipotesi è che la Perugina sia la fabbrica di
Perugia, l’azienda che ne ha in buona parte determinato il
cambiamento. Lo sviluppo impetuoso dell’occupazione negli anni
sessanta e settanta portò ad una presenza di oltre 3.000
lavoratori che, dopo le crisi e le ristrutturazioni, ancora nel
1984 erano circa 2.200; manager e tecnici cresciuti nell’impresa
nel corso degli anni si diffusero nel tessuto produttivo
cittadino; nuove relazioni industriali si affermarono nella
fabbrica di San Sisto; rapporti intensi vennero sviluppati con i
luoghi dell’innovazione sia per quello che riguarda la pubblicità,
il marketing, il packaging, la logistica, mentre
continuo fu il legame con i centri internazionali
dell’innovazione. Già in precedenza, tuttavia, la Perugina aveva
introdotto, in un tessuto sociale apatico e apparentemente inerte,
forme di organizzazione moderna del lavoro, costruito momenti di
workfare aziendale. L’azienda, peraltro, negli anni trenta,
attraverso Giovanni Buitoni, assume la stessa direzione
amministrativa della città, cercando di modernizzarne le funzioni
e l’aspetto. La
fabbrica, infine, induce processi di cambiamento rilevanti nella
struttura urbana. È il primo stabilimento che si
trasferisce in una sede nuova vicino alla stazione di Fontivegge,
rappresentando il nucleo iniziale della zona
industriale di Perugia fin dagli anni dieci del Novecento. La
costruzione, nei primi anni sessanta del secolo scorso, dello
stabilimento di San Sisto determina lo sviluppo di una nuova area
insediativa per strutture produttive ed accentua il policentrismo
della città. Anche nella fase discendente l’azienda determina, con
la cessione dell’area del vecchio stabilimento, gli equilibri
urbani attraverso la costruzione del nuovo centro direzionale.
Basterebbero solo gli aspetti prima ricordati per definire un
rapporto stretto tra la Perugina e Perugia. Accanto ai corposi
legami derivanti dall’economia, dalla società e dalla struttura
urbana ce n’è, però, un altro, forse meno evidente, ma non per
questo meno importante, che riguarda l’immaginario collettivo.
Nell’Ottocento le città umbre tesero a caratterizzarsi come centri
“climatici”, un altro modo per definirsi luoghi turistici. Il
fascismo volle creare una specializzazione delle funzioni
attraverso metafore retoriche. Perugia, punto di partenza della
marcia su Roma, divenne la Capitale della rivoluzione fascista e
l’Atene dell’Umbria.
In realtà con il susseguirsi dei decenni il suo rapporto con il
mondo venne, in gran parte, assicurato dal prodotto e dalla
pubblicità della Perugina. Già nel 1911 Giovanni Buitoni comprende
la forza di una sinergia tra città e impresa e il marchio
dell’azienda diviene il Grifo dello stemma del Comune. Non basta.
L’impresa nel 1920 cambia la sua denominazione da Società Perugina
per la fabbricazione dei confetti in Perugina cioccolato e
confetture, quasi ad esaltare il suo carattere cittadino. Poco
dopo il nome viene trasformato semplicemente in Perugina. Fu
Giovanni Buitoni a volere il cambiamento: avevo avuto sempre
antipatia per il nome della ditta La Perugina, non solo per se
stesso, ma perché vi erano a quei tempi tanti altri nomi
consimili: La Fiorentina, la Torinese, La Milanese, eccetera.
In realtà, quello che è ritenuto dall’imprenditore come uno
snellimento utile a livello pubblicitario si trasformerà in un
ulteriore processo di identificazione. In un filmato del 1930, che
avrebbe dovuto documentare i mutamenti intervenuti nell’azienda
grazie all’adozione di metodi di organizzazione scientifica del
lavoro, le prime immagini sono quelle relative alla città storica.
Analogamente, su un documentario aziendale del 1956 le due
immagini continuano a sovrapporsi, segno di un processo volto a
coniugare
tradizione e modernità. Se all’inizio la città traina il marchio,
successivamente è l’azienda a caratterizzare l’immagine della
città, quasi come una forma di pubblicità istituzionale.
Non è questa, tuttavia, la sola traccia che la Perugina lascia
nell’immaginario cittadino. Essa è la fabbrica dove
tutti avrebbero voluto lavorare, il luogo dell’opportunità e, via
via che crescono i livelli di consapevolezza operaia, il luogo
della solidarietà. Significative sono da questo punto di vista le
testimonianze dei lavoratori. Per qualcuno la Perugina è una
grande famiglia, altri affermano “Io devo tutto alla Perugina, mi
ha aiutato a vivere bene, prima con un buono stipendio, ora con
una buona pensione”, per altri ancora la fabbrica è un grande
contenitore di vite, storie, persone. Tutti noi , ci sentivamo
privilegiati a lavorare in Perugina. […] Ho sempre difeso la
fabbrica e ancora oggi la difendo. Le devo moltissimo, mi ha
aiutato a crescere, anche culturalmente. Credo che non ci siano
dubbi su questo: la Perugina è sempre stata un pezzo fondamentale
di questa città.
Infine: “Sono innamorato della Perugina e di quello che è stata
per questa città e per questa regione”.
Insomma più di una fabbrica. Un luogo di crescita umana, di
educazione sentimentale, di realizzazione personale che garantisce
più del salario e della sopravvivenza. Un approccio alla
modernità, a nuovi stili di vita, a diverse forme di relazione
collettiva.
Lo sforzo di questo lavoro è stato appunto questo: mettere in rete
fonti, informazioni, testimonianze diverse, cercando di
tratteggiare una storia d’impresa che sia anche storia di chi vi
ha lavorato e della città che l’ha ospitata.
Francesco Chiapparino
Renato Covino
Indice
Premessa
Capitolo I Perugia 1907
I.1. Una modernizzazione contraddittoria
I.2. I mutamenti del quadro economico
I.3. La Società Perugina per la fabbricazione dei confetti e i
suoi soci
Capitolo II I Buitoni: Francesco e la sua famiglia
II.1. La bottega di piazza
II.2. Da artigiani a industriali
II.3. Il passaggio alla terza generazione
Capitolo III Dal 1907
al 1923. L’importanza
di chiamarsi Giovanni
III.1. Il difficile esordio dell’azienda
III.2. La Perugina negli anni dieci
III.3. Tra guerra e dopoguerra
III.4. L’affermazione sul mercato nazionale
III.5. La trasformazione in S.p.a.
Capitolo IV Le sfide degli anni venti
IV.1. Il confronto con l’Unica
IV.2. La politica commerciale
IV.3. I nuovi assetti societari e l’acquisizione della Buitoni di
Sansepolcro
Capitolo V Tra “Quota 90”
e recessione internazionale
V.1. L’organizzazione scientifica del lavoro a Fontivegge
V.2. L’industria dolciaria e la crisi
V.3. La “terapia anticrisi”: prodotti di lusso, negozi ed
esportazioni
Capitolo VI Negli anni trenta
VI.1. Giovanni Buitoni e il fascismo: dall’adesione al dissenso
VI.2. Il concorso de “I Quattro moschettieri”
VI.3. La chiusura del concorso
Capitolo VII Dalla guerra agli anni cinquanta
VII.1. Crisi e ripresa. Il ruolo strategico delle esportazioni tra
anni trenta e quaranta
VII.2. Ridimensionamento, blocco delle produzioni e ricostruzione
VII.3. Il vincolo dei bassi consumi
VII.4. I primi anni cinquanta
VII.5. Produttività, occupazione e relazioni sindacali
VII.6. Coordinare le aziende: la costituzione della International
Buitoni Organization
VII.7. Verso un mercato di massa del cioccolato
Capitolo VIII Dentro il boom
VIII.1. Crisi industriale, crisi agraria: migrazioni e
urbanizzazione
VIII.2. Crescita urbana e Perugina: un percorso intrecciato
VIII.3. Investimenti ed espansione immobiliare
VIII.4. I lavoratori della Perugina: una nuova classe operaia
VIII.5. Un nuovo sistema di relazioni industriali
VIII.6. Il ruolo dei mercati internazionali
VIII.7. Le evoluzioni del capitalismo familiare
Capitolo IX Verso un nuovo inizio: la nascita delle
Industrie Buitoni Perugina
IX.1. Anni sessanta: la Perugina nell’industria dolciaria italiana
IX.2. Il ruolo della Perugina nel decollo industriale cittadino
IX.3. Nuovi prodotti e messaggio pubblicitario
IX.4. Gli operai
IX.5. L’azienda verso nuovi equilibri
Capitolo X Gli anni dell’Ibp
X.1. Il contesto
X.2. Dal successo alla crisi: gli anni di Paolo Buitoni
X.3. Dai tentativi di risanamento alla cessione
Capitolo XI L’ultimo ventennio: una conclusione
provvisoria
XI.1. La nuova Buitoni di De Benedetti
XI.2. Settore alimentare e le multinazionali estere
XI.3. La città e la Nestlé Perugina
XI.4. L’ultimo decennio: la fabbrica flessibile
Abbreviazioni archivistiche
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