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L'intervento
dello Stato nell'economia è oggi tornato con forza alla
ribalta. Già agli inizi del decennio gli effetti negativi
della globalizzazione avevano provocato qualche scricchiolio
nella mistica del mercato; nella fiducia assoluta nelle sue
capacità autoregolatrici, che da quasi un trentennio
egemonizzava la cultura economica, in fuga dalle
contraddizioni della precedente stagione statalista. |
Da più parti si invocava
il ricorso a forme di protezionismo, per difendersi da
una competizione produttiva e commerciale squilibrata.
Riaffiorava il nome di Colbert. La grave crisi
finanziaria del 2008-2009, con i suoi rovinosi
strascichi economici e sociali, ha repentinamente
chiamato in causa e rilegittimato l'intervento dello
Stato, o meglio delle istituzioni pubbliche, come
vediamo nel caso attualissimo dell'Unione Europea.
Accanto all'urgenza dei problemi e alla concretezza
dei provvedimenti, è oggi fondamentale la riflessione
sulla crisi e sulle prospettive future. I saggi
contenuti in questo volume approfondiscono, con uno
sguardo di lungo periodo, il complesso rapporto tra
Stato e mercato, che si rivelano, al di là di ogni
schematismo, due attori inseparabili dello scenario
economico e sociale.
(2010) pp. 348
ISBN: 978-88-498-2726-2
€. 18,00 |
“Il Sole 24ORE”
22 ottobre 2010, pagina 22
Ripartire dalla lezione di Colbert
Stato ed economia. Amato: c’è ancora troppo poco mercato
D. Pes.
La crisi finanziaria ed economica globale ha abbattuto d’un colpo
tutte le vecchie e consolidate certezze, senza peraltro che sia
ancora emerso con sufficiente chiarezza ed evidenza un modello
realmente alternativo all’assoluto primato del mercato
(soprattutto se senza regole) e a quello di una nuova ingombrante
presenza dello Stato nell’economia. Perché non rileggere allora il
vecchio Jean Baptiste Colbert, magari con l’avvertenza di tenere
ben distinto quel che teorizzò e mise in pratica il potente
ministro di Luigi XIV dagli eccessi della successiva vulgata
colbertista?
Se ne è discusso ieri alla biblioteca del Senato “Giovanni
Spadolini”, in occasione della presentazione del libro curato da
Daniela Felisini Inseparabili: lo Stato, il mercato e l’ombra di
Colbert, pubblicato da Rubbettino. Inseparabili, appunto, osserva
Giuliano Amato che trova perfino “nauseante ripetere che il
mercato senza lo Stato non esisterebbe”. Il problema allora è
stabilire “cosa fa lo Stato e cosa il mercato”, tenendo conto che
non tutto l’intervento dello Stato nell’economia può definirsi
colbertista. Infondo, Colbert perseguiva una linea inoppugnabile
per quei tempi: Luigi XIV aveva bisogno di denari freschi per fare
le guerre, e dunque spettava a lui utilizzare tutti gli strumenti
propri del mercantilismo per soddisfare le esigenze del sovrano.
Una cura che funzionò perché si andava verso la Belle Epoque. “In
fondo – chiosa Amato – Colbcrt promuove l’economia privata per un
fine tutto statale”. Un altro contesto, un altro mondo. Oggi da
noi il problema è un altro: in realtà “non crediamo abbastanza nel
mercato perché ne abbiamo troppo poco”, osserva l’ex presidente
del Consiglio ed ex numero uno dell’Antitrust.
Granitiche certezze si sono frantumate nel pieno della crisi
fianziaria globale, commenta Pierluigi Ciocca. Henry Paulson, ex
ministro del Tesoro nell’amministrazione Bush per decenni “è stato
il fautore dei mercati perfetti, poi ha letto Keynes, anche se
qualcuno dei suoi amici economisti di Chicago lo aveva
sconsigliato. Ha cambiato idea”.
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