LA PRESSA DI TERNI
Cronaca di un salvataggio

 

Indice

La nostra Pressa
Massimo Calderini

Prefazione
Renato Covino

LA PRESSA DI TERNI
Cronaca di un salvataggio

Introduzione
Patrizia Trivisonno

La Pressa
† Gino Papuli

Ingegnere Domenico Mascio
Giuseppe Mascio

Il ciclo di produzione dell’acciaio
Bruno Baroni

Lo smontaggio e il rimontaggio: progetti
e modus operandi

Patrizia Trivisonno

Divagazioni sulla “bellezza” della macchina
Mario Panizza

Postfazione
Bruno Toscano

 

gli autori

 

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La nostra Pressa
Massimo Calderini
Amministratore Delegato della Società delle Fucine

Passione e continue, impegnative, sfide: l’essenza della forgia è proprio questo.
Il recupero della Pressa per farne un monumento all’industria ternana è stato anch’esso una
sfida vinta, frutto della passione di pochi attori.

Sono stato testimone dello smontaggio della Pressa e l’ho anche vissuto e subito in quanto
Bruno Baroni e Domenico Mascio mi incalzavano: io, giovane ingegnere alle prese con i problemi della
produzione, con il tentativo di spedire quanto richiestomi – a volte senza riuscirci –, mentre loro,
animati dal fuoco dell’archeologia industriale e dalla volontà di salvare un “gioiello” che sentivano loro,
pretendevano da me quell’aiuto di braccia, ma anche economico, necessario per portare avanti quell’opera
di recupero che si erano inventati.
Ma nel mondo della forgia le sfide iniziano già dal prodotto: pezzi di dimensioni e pesi
sempre al limite; sfide che continuano sulla scelta e realizzazione delle attrezzature e degli impianti: in
genere sempre qualcosa di speciale, che non si trova comunemente in commercio, che deve essere progettato
ad hoc, che richiede quella fantasia, creatività e conoscenze tecniche che lo rendono alla fine
unico. Solo così questo lavoro di nicchia può rimanere tale, respingendo la concorrenza di coloro che
con la sola forza degli investimenti tentano di insidiarci il primato in termini di esperienza e qualità riconosciuta
dai clienti.
Tornando alla protagonista di questo libro, la Pressa, essa rappresenta, per tutti noi che abbiamo
operato in questo ambiente, il simbolo del lavoro quotidiano, di tanto tempo trascorso in
fabbrica, la compagna di tante avventure, il fulcro su cui poggiare le nostre decisioni aziendali. Qualcosa
di cui, dopo anni di attività svolta fianco a fianco, si rivendica il possesso con l’uso degli aggettivi “mia”
o “nostra” in ogni discorso che la riguardi.
Una compagna caratterizzata, com’è giusto che sia, da pregi e difetti, periodi da ricordare
con grande piacere e periodi caratterizzati da malumori; con un suo linguaggio fatto di rumori e gemiti
la cui conoscenza si è rilevata di massima importanza per garantire un rapporto proficuo, con le sue debolezze
intrinseche ma anche con la sua resilienza alle avversità. Compagna dal profilo imponente, che si colora con il riverbero dei pezzi infuocati che
modella, che si incupisce e scurisce quando lo stesso pezzo si raffredda e dal rosso fuoco passa al nero
dell’ossido di ferro.
Come tutte le cose di carattere, dotata di una forza oltre ogni aspettativa, essa diventa offendibile
quando si scontra con avversari altrettanto tenaci come gli acciai legati: è in questa battaglia che
la maestria e l’esperienza dei fucinatori riescono a unire la forza e la precisione della macchina conducendola
alla vittoria nel modellare la materia.
Perché un monumento di archeologia industriale in città? Per ricordare che la città stessa
deve la sua esistenza e il suo benessere alla presenza di attività imprenditoriali e produttive; per non dimenticare
chi ha dedicato gli sforzi di una vita lavorativa alla creazione e al mantenimento di tali
attività; per evidenziare l’esperienza e le conoscenze teoriche che, affiancate alla macchina, permettono
di raggiungere il primato; per stimolare la curiosità dei cittadini tutti sulle attività svolte al di là del perimetro
delle fabbriche; per far sì che tutto quello che si trova in tali perimetri diventi patrimonio
culturale comune, da conoscere, condividere, difendere e sviluppare.
Un mio personale ringraziamento va quindi all’architetto Patrizia Trivisonno che ha dedicato
il suo tempo e le sue capacità a ripercorrere e descrivere con un’ottica non puramente tecnica ma umanistica
e antropologica le fasi dello smontaggio, della catalogazione e infine dell’assemblaggio della
nostra compagna di fronte alla stazione ferroviaria di Terni, quella stessa stazione che tanti fucinati prodotti
dalla Pressa aveva visto transitare per la loro definitiva installazione nel mondo.

 


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