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La nostra Pressa
Massimo Calderini
Amministratore Delegato della Società delle Fucine
Passione e continue, impegnative, sfide: l’essenza della
forgia è proprio questo.
Il recupero della Pressa per farne un monumento all’industria
ternana è stato anch’esso una
sfida vinta, frutto della passione di pochi attori. |
Sono stato testimone dello
smontaggio della Pressa e l’ho anche vissuto e subito in quanto
Bruno Baroni e Domenico Mascio mi incalzavano: io, giovane
ingegnere alle prese con i problemi della
produzione, con il tentativo di spedire quanto richiestomi – a
volte senza riuscirci –, mentre loro,
animati dal fuoco dell’archeologia industriale e dalla volontà di
salvare un “gioiello” che sentivano loro,
pretendevano da me quell’aiuto di braccia, ma anche economico,
necessario per portare avanti quell’opera
di recupero che si erano inventati.
Ma nel mondo della forgia le sfide iniziano già dal prodotto:
pezzi di dimensioni e pesi
sempre al limite; sfide che continuano sulla scelta e
realizzazione delle attrezzature e degli impianti: in
genere sempre qualcosa di speciale, che non si trova comunemente
in commercio, che deve essere progettato
ad hoc, che richiede quella fantasia, creatività e conoscenze
tecniche che lo rendono alla fine
unico. Solo così questo lavoro di nicchia può rimanere tale,
respingendo la concorrenza di coloro che
con la sola forza degli investimenti tentano di insidiarci il
primato in termini di esperienza e qualità riconosciuta
dai clienti.
Tornando alla protagonista di questo libro, la Pressa, essa
rappresenta, per tutti noi che abbiamo
operato in questo ambiente, il simbolo del lavoro quotidiano, di
tanto tempo trascorso in
fabbrica, la compagna di tante avventure, il fulcro su cui
poggiare le nostre decisioni aziendali. Qualcosa
di cui, dopo anni di attività svolta fianco a fianco, si rivendica
il possesso con l’uso degli aggettivi “mia”
o “nostra” in ogni discorso che la riguardi.
Una compagna caratterizzata, com’è giusto che sia, da pregi e
difetti, periodi da ricordare
con grande piacere e periodi caratterizzati da malumori; con un
suo linguaggio fatto di rumori e gemiti
la cui conoscenza si è rilevata di massima importanza per
garantire un rapporto proficuo, con le sue debolezze
intrinseche ma anche con la sua resilienza alle avversità.
Compagna dal profilo imponente, che si colora con il riverbero dei
pezzi infuocati che
modella, che si incupisce e scurisce quando lo stesso pezzo si
raffredda e dal rosso fuoco passa al nero
dell’ossido di ferro.
Come tutte le cose di carattere, dotata di una forza oltre ogni
aspettativa, essa diventa offendibile
quando si scontra con avversari altrettanto tenaci come gli acciai
legati: è in questa battaglia che
la maestria e l’esperienza dei fucinatori riescono a unire la
forza e la precisione della macchina conducendola
alla vittoria nel modellare la materia.
Perché un monumento di archeologia industriale in città? Per
ricordare che la città stessa
deve la sua esistenza e il suo benessere alla presenza di attività
imprenditoriali e produttive; per non dimenticare
chi ha dedicato gli sforzi di una vita lavorativa alla creazione e
al mantenimento di tali
attività; per evidenziare l’esperienza e le conoscenze teoriche
che, affiancate alla macchina, permettono
di raggiungere il primato; per stimolare la curiosità dei
cittadini tutti sulle attività svolte al di là del perimetro
delle fabbriche; per far sì che tutto quello che si trova in tali
perimetri diventi patrimonio
culturale comune, da conoscere, condividere, difendere e
sviluppare.
Un mio personale ringraziamento va quindi all’architetto Patrizia
Trivisonno che ha dedicato
il suo tempo e le sue capacità a ripercorrere e descrivere con
un’ottica non puramente tecnica ma umanistica
e antropologica le fasi dello smontaggio, della catalogazione e
infine dell’assemblaggio della
nostra compagna di fronte alla stazione ferroviaria di Terni,
quella stessa stazione che tanti fucinati prodotti
dalla Pressa aveva visto transitare per la loro definitiva
installazione nel mondo. |