STORIA DELLA CREAZIONE DELLA TERNI
di Tabarrini

1. GENESI DELLO SVILUPPO INDUSTRIALE

Un discorso, seppur sintetico, dello sviluppo industriale italiano, osservato in particolare nel suo svolgimento iniziale, non è facile, considerando le condizioni politiche e di asservimento che la penisola presentava nella prima metà dell’800, divisa in sette Stati di varia grandezza e importanza. Le conclusioni delle analisi e degli studi eseguiti a tale proposito (vedi Barbagallo nella sua indagine sulle “ Origine della grande industria contemporanea”, A. Tremelloni, B. Caizzi ) non forniscono un quadro positivo del problema. Ovunque i progressi dell’industria nei vari settori (tessile, minerario, metalmeccanico ecc..) apparivano assai modesti. Il Caizzi ne attribuisce la colpa, parlando della Lombardia “ alla tendenza al più stretto protezionismo economico che era allora comune a tutti gli stati italiani”. In realtà la Lombardia, come il Veneto, la Liguria o qualsiasi altra regione o Stato, erano troppo piccole per alimentare un sufficiente mercato interno di scambio e troppo deboli per praticare una politica di espansione industriale fuori dei loro confini, qualunque fosse l’aiuto dello stato. Non si ha notizia, per esempio, intorno agli anni ’30, come scrive F. Mori ne “ La rivoluzione industriale e l’Italia” di una macchina a vapore introdotta in Italia; i telai meccanici per la lavorazione dei tessuti sono praticamente sconosciuti. La produzione industriale era produzione di beni di consumo e l’organizzazione della produzione sembrava quasi ferma; la regola, nella più importante industria, quella tessile era data dalla lavorazione a domicilio per conto di un mercante – imprenditore, il quale forniva a centinaia di lavoranti, nelle città, nei borghi e nelle campagne , la materia prima e ne ritirava poi il prodotto finito per provvedere in proprio alla vendita. Il mercante imprenditore prende il nome di “fabbricante” ma è evidente che lui è assai più un commerciante che non un industriale, in quanto la produzione è condizionata dalle ordinazioni che riceve e, in genere, dalle esigenze commerciali, mentre le esigenze di uno sviluppo organico della produzione industriale occupano un posto secondario. Per di più, la dispersione dei mezzi di produzione nelle mani di piccoli produttori rende assai difficile l’evoluzione tecnica e la razionalizzazione e concentrazione del processo produttivo. Ronciglione e Terni, che sembrano essere stati in quel periodo importanti centri di attività siderurgica nello Stato Pontificio, in realtà, anche se ben poco si è in grado di dire su di esse, dovevano presentare un livello tecnologico ormai superato e destinate, perciò, ad una rapida scomparsa. Tutto questo sta a dimostrare che veramente in Italia la rivoluzione industriale inglese ebbe ”assai pallide ripercussioni”.
Intorno al 1860 la condizione dell’Italia, rispetto ai paesi industrializzati dell’Occidente, e in particolare rispetto all’Inghilterra e alla Francia, era quella di un tipico paese “arretrato”nel senso della moderna terminologia economica. Secondo un calcolo del prodotto lordo privato italiano, pubblicato dall’Istituto Centrale di Statistica, l’agricoltura partecipa alla sua formazione per il 57,8%, l’industria per il 20,3% e le attività terziarie (commercio, trasporti e servizi in genere) per il 21,9%. La modestia del peso rappresentato dall’industria nell’economia nazionale può essere misurato non solo dalla ridotta percentuale del reddito da essa prodotto, ma anche dalle sue caratteristiche interne e strutturali.

In gran parte delle città italiane l’industria è ancora allo stadio artigianale; la lavorazione a domicilio è tutt’ora diffusa sia nelle città che nelle campagne; gli scambi sono limitati perché il mercato è ristretto e modesto per il basso livello dei consumi; vi è scarsità di facili vie di comunicazione, in particolare nelle zone montagnose dell’interno;insufficienti le linee ferroviarie, soprattutto nel mezzogiorno, dove solo qualche centinaio di chilometri di ferrovia si dipartiva da Napoli per Salerno, da un lato, e verso Capua , dall’altro. Sullo sfondo di questo quadro di arretratezza, sul quale gli studiosi sono concordi, esistevano, tuttavia, specie nell’industria tessile e nel settore metallurgico e meccanico, opifici e stabilimenti dove la macchina, se non proprio quella più moderna, aveva fatto il suo ingresso, dove l’energia era fornita da macchine idrauliche o a vapore, anche se di modestissima potenza, ed anche se, specie nelle fabbriche metalmeccaniche, non esisteva specializzazione e si fabbricava un po’ di tutto, secondo le esigenze della clientela. Questa generale stazionarietà della produzione industriale in tutto il paese, se si fa eccezione di isole di progresso localizzate specialmente in Lombardia, creava per l’Italia le condizioni di una duratura arretratezza nel momento in cui i grandi paesi dell’Europa occidentale erano invece avviati a un totale rivolgimento della loro vita economica. Basterà ricordare, per intendere la portata di tale arretratezza, che già nel 1855 la produzione siderurgica inglese aveva raggiunto i tre milioni di tonnellate, cioè una cifra che in Italia si toccherà appena dopo il 1950. Il momento in cui la nazione italiana inizia, per così dire, il suo sforzo per il superamento della secolare arretratezza economica ereditata dai secoli della decadenza, coincide con la formazione dell’unità nazionale, che, appunto per questo, si può dire, anche sul piano economico, il più grande fatto della storia italiana nell’età moderna.

2. INDUSTRIA E CAPITALISMO

L’unità politica ebbe effetti rilevanti sullo sviluppo capitalistico in Italia, che dal 1860 al 1890 percorse rapidamente due fasi successive. Nel ventennio 1861 –1880 si puntò sull’agricoltura dal momento che, come afferma R.Romeo in “ Breve storia della grande industria in Italia”, senza un’accumulazione di capitale non si sarebbe potuta avere in Italia , paese sostanzialmente agricolo, alcuna trasformazione in senso moderno. Il crescente aumento della produzione agricola rese possibile una certa accumulazione di capitali, che vennero opportunamente impiegati in opere e servizi pubblici e nei primi impianti di industrie collegate all’agricoltura. Anche lo Stato che, per ottenere il suo piano, aveva instaurato una politica del libero scambio in tutta la penisola, e che attraverso l’imposizione fiscale prelevava percentualmente oltre un decimo del reddito nazionale, investì molta parte delle sue entrate in opere pubbliche e altri servizi, favorendo contemporaneamente l’afflusso di capitali stranieri, che si diressero, di preferenza, nelle imprese minerarie e di pubblico servizio. Potè, così, crearsi in Italia un costoso insieme di infrastrutture, preliminari a ogni sviluppo industriale: ferrovie, strade, servizio postale, telegrafo. Traffici e redditi erano in aumento, l’economia si commercializzava, nascevano società anonime e istituti bancari. Cominciò a delinearsi una differenziazione tra il Nord manifatturiero e il resto d’Italia.Tra le prime grandi società industriali nacquero nell’ Italia settentrionale tra il 1871e il 1873 si ricordano il lanificio Rossi, il cotonificio Cantoni, il linificio e canapificio nazionale, la Richard Ginori, la Pirelli, la Cirio. Gli addetti all’industria passarono da 3.325.000 ( su 26,8 milioni di abitanti ) a 4.374.000 ( su 28,5 milioni di abitanti ), cioè, in percentuale dal 12, 4 al 15 %. Intorno al 1880, per effetto della concorrenza transoceanica, l’agricoltura italiana subì un grosso colpo e da base dello sviluppo divenne il settore più arretrato. Chi se ne avvantaggiò fu, in particolare, l’industria. La crisi agraria allontanò, infatti, braccia e capitali dalla terra, spingendoli rispettivamente verso l’occupazione e gli investimenti nei settori industriali; mutò, soprattutto, l’atteggiamento della classe politica che vedeva nell’industria un’improcrastinabile occasione per il prestigio economico dell’Italia. Due banche specialmente finanziano in modo massiccio l’industria: il Credito Mobiliare Italiano e la Banca Generale; lo stato dal canto suo determinò, con il suo intervento, la nascita dell’industria siderurgica e meccanica ( la Terni e la Breda ). Fin dal 1887 tali industrie erano potenti e, con l’appoggio dell’industria tessile e dei grandi interessi cerealicoli, riuscirono a far approvare dal governo la tariffa doganale protezionistica dalla quale ritrassero indubbi benefici. Furono quattro i settori che segnarono i maggiori progressi: il metallurgico, il chimico, il meccanico e il tessile. Nel settore metallurgico a progredire fu soprattutto la lavorazione del rame. La costituzione, nel 1886, della Società metallurgica italiana permise in pochi anni di decuplicare la produzione del rame e delle sue leghe. Con quello metallurgico, anche il settore siderurgico compì progressi. Qui, però, ad esprimere il rinnovamento fu soprattutto una sola fabbrica: l’ acciaieria di Terni. L’acciaieria ampliò notevolmente il proprio opificio industriale, arricchendolo con i più moderni impianti e rinnovandolo; rinnovò profondamente il settore delle acciaierie e delle ferriere, creando così il più colossale e progredito stabilimento siderurgico nazionale, capace di gareggiare, se non sul piano dei costi, almeno su quello tecnico con i più agguerriti stabilimenti stranieri. Se le acciaierie di Terni assunsero le dimensioni che si è detto, ciò avvenne perché il governo incoraggiò l’iniziativa assegnandole gli appalti per la realizzazione dei nuovi apparati bellici. Fu, insomma, lo Stato, a determinare il sorgere e l’affermarsi di questo colosso. Lo stato fu sostanzialmente alla base anche dei progressi che si manifestarono nel settore meccanico. Intervenne cospicuamente a favore dell’industria meccanico-navale e dell’industria bellica, assegnando commesse governative e concedendo particolari contributi , oltre che agevolazioni fiscali. Si potè ottenere così che affermate società straniere come, ad esempio, la Armstrong, per paura di essere escluse dalle forniture militari cui fino ad allora avevano provveduto, venissero ad impiantare i propri stabilimenti in Italia. E si ottenne, peraltro, che stabilimenti italiani si ammodernassero ( come i cantieri Ansaldo, gli Orlando, i Pettirossi ), utilizzando mezzi propri o anche ricorrendo ( è il caso della casa della Guppy & Co.di Napoli ) al capitale e all’assistenza tecnica straniera, allo scopo di far fronte alle commesse per navi da guerra ( scafi e motori marini) che il governo aveva stabilito di assegnare ai cantieri e alle officine nazionali; senza dire che, stimolando, con adeguati incentivi, le compagnie di navigazione mercantile ad acquistare in Italia i piroscafi, fino ad allora comprati all’estero, altri cospicui ordinativi furono assicurati al settore cantieristico e meccanico-navale. Negli stessi anni anche l’industria ferroviaria, che, specie per la costruzione di carri e vetture,aveva ormai vinto la concorrenza straniera, compiva notevoli progressi. Ma il settore principe maggiormente trainante era quello tessile, “ un po’ – come fu detto- per merito proprio più che per l’aiuto diretto o indiretto dello stato”. Il progresso riguardò un po’ tutti i comparti, ma in particolare quello cotoniero. La politica protezionistica accordata all’industria del cotone produsse anche un altro risultato positivo: quello di fare affluire, dalla Svizzera e dalla Germania, stranieri che si insediarono nelle vallate lombarde adiacente i loro paesi. Nell’industria chimica i progressi avevano riguardato prevalentemente le produzioni dell’acido solforico, dell’acido cloridrico, dei perfosfati, del solfuro di carbonio, del carbonato di sodio, della gomma, dei cavi telegrafici sottomarini, ecc.; benché limitati a pochi settori, i progressi registrati erano notevoli, con un incremento produttivo spesso di dimensioni assai considerevoli. Dai dati relativi alla forza motrice impiegata in quel periodo risulta evidente l’ampiezza del progresso industriale e del rinnovamento tecnico verificatosi. I dati posseduti indicano che tra il 1876 e il 1890, le caldaie esistenti in Italia passarono da 4.459 a 9.983 e la relativa potenza passò da 54.000 a 157.000 CV e la potenza idraulica passò da 457.000 a 496.000 cavalli. La produzione dell’energia elettrica e la sua voluminosa crescita farà compiere, negli a cavallo del secolo, un altro passo avanti, altamente positivo, al panorama industriale, perché sostituiva una materia prima di importazione con una nazionale ( il carbone nero con il carbone bianco), perché sospingeva il paese verso un tipo moderno di industrializzazione, fatto non di operai a bassa qualificazione professionale, ma di tecnici, di impiegati, di progettisti, perché, guarderà come dirà L. De Rosa in “La rivoluzione industriale in Italia”, non solo alla banca come a una sua naturale alleata, ma anche alle scuole superiori e ai politecnici, indispensabili per una vasta e crescente ricerca scientifica. Il merito maggiore andava allo Stato, specialmente per la grande industria, in quanto con il protezionismo continuò a servirsi di essa per il suo armamento leggero e pesante, di terra e di mare, e continuò ad elargire, nel contempo, esenzioni fiscali, premi, contributi diretti e indiretti. I privati, non potendo sostenere l’alto costo di alcuni materiali come il ferro e l’acciaio, rinunciarono alle lavorazioni nelle quali era prevalente, nel costo del prodotto, il costo del ferro e dell’acciaio e, si rivolsero, di preferenza, ad industrie dove l’incidenza del costo della materia prima era minore e più elevato quello dell’apporto tecnico. L’intervento dello Stato, nelle varie forme, ha supplito, così, all’insufficienza del capitale privato di rischio, non in grado di affrontare gli imponenti investimenti necessari in impianti, in ricerca ed avviamento. Il processo di industrializzazione costò certamente dei sacrifici: ne risentirono le popolazioni agricole e tutto il Mezzogiorno; gli operai impiegati erano sottoposti a pesanti orari di lavoro, la disoccupazione frequente, i salari appena sufficienti a soddisfare le prime necessità. Ma accanto a tutto questo – annota lo storico liberale Rosario Romeo – è giocoforza ricordare che, proprio in virtù dei sacrifici imposti per decenni alla campagna e al Mezzogiorno, un paese come l’Italia povero di territorio e di risorse naturali e sottoposto ad una fortissima pressione demografica sia riuscito, unico tra quelli dell’area mediterranea, a creare un grande apparato industriale, una civiltà urbana altamente sviluppata e a diffondere più civili e indipendenti rapporti tra gli uomini e tra le classi, una più moderna concezione della vita, una più larga partecipazione delle popolazioni ai beni materiali e morali del mondo moderno. E’ chiaro che quando si discorre dello sviluppo del capitalismo in Italia non è solo un aspetto della nostra storia che preso in considerazione, ma anche lo sforzo fondamentale, tra quelli che gli italiani hanno compiuto per edificare la civiltà moderna nel proprio paese

3. LA FONDAZIONE DELLA TERNI

La “ Società degli Alti Forni Fonderie e Acciaierie di Terni” viene fondata il 10 Marzo 1884 per costruire e gestire impianti capaci di produrre acciaio secondo le tecniche più avanzate in uso nei maggiori paesi industriali e col proposito specifico di fabbricare le piastre necessarie alla corazzatura delle navi della Marina Militare.
Il nucleo iniziale della nuova Società viene costituito dalla vecchia società Cassian Bon che gestiva a Terni una fonderia produttrice di tubi di ghisa. Gli azionisti della Società Alti Forni e Fonderie Cassian Bon e C, riuniti a Terni il 10 Marzo 1884, decidono la trasformazione della Società in anonima per azioni con la nuova denominazione di Società degli Alti Forni Fonderie e Acciaierie di Terni ( SAFFAT ).
E’ la data di nascita della grande siderurgia ternana: essa segnerà in maniera permanente non solo la struttura produttiva della città, ma anche le sue vicende politiche e sociali. L’atto fondante della SAFFAT costituisce un importante punto di arrivo e, nel contempo, di partenza della storia economica nazionale, un episodio strategico, secondo le definizioni di F. Bonelli, del processo di industrializzazione dell’Italia. Le mutevoli vicende delle Acciaierie ternane metteranno, in tutta la loro storia, un collegamento diretto con lo sviluppo economico nazionale e con la politica economica dello stato.
La necessità di dotare il paese dell’industria siderurgica moderna emerge all’indomani dell’unità d’Italia, nell’ambito del dibattito politico-economico sulle strutture della nuova formazione statale.
Il problema si pone soprattutto in relazione alla costituzione di un esercito e di una flotta militare all’altezza delle maggiori potenze europee. Una commissione parlamentare di studio si occupa già nel 1861 delle condizioni in cui versano le ferriere italiane. All’affermarsi in Gran Bretagna, Francia, Belgio e Prussia di imponenti complessi minerari – siderurgici, fondati su nuovi processi tecnici, faceva riscontro in Italia un’attività metallurgica ancora basata sulla fusione al crogiolo con l’impiego di carbone di legno, disperso in piccoli opifici orientati verso produzioni quantitativamente scarse, comunque non in grado di soddisfare richieste per grandi realizzazioni.
La grave sconfitta della flotta italiana a Lissa, nel 1866, induce il ministro della Marina Depretis (futuro presidente del Consiglio) ad ottenere dal governo uno stanziamento per la realizzazione di un impianto siderurgico che possa adeguatamente rifornire la Marina. Il progetto si esaurisce senza raggiungere alcun esito, sia per la sproporzione tra propositi e reali capacità organizzative, sia per l’opposizione che il “Programma Siderurgico” incontra nel governo e nell’opinione degli economisti “liberisti”. Solo un forte intervento dello Stato, infatti, avrebbe consentito in qualche modo alla siderurgia italiana di ovviare ai problemi di fondo dell’assenza di risorse carbonifere autoctone.
Tale intervento, che doveva concretarsi in misura daziarie di sostegno dei prodotti nazionali e nell’uso in stabilimenti nazionali del ferro dell’Isola d’Elba, è auspicato da quanti ritengono l’autonomia politica italiana collegata stabilmente alla presenza di un complesso industriale forte, di cui ferro e acciaio sono elementi decisivi.
Un passo in questa direzione viene compiuto dal governo Sella nel 1873: si stabilisce l’impiego esclusivo del minerale elbano a favore di un produttore italiano, che è al tempo stesso incaricato di realizzare nell’isola toscana un impianto siderurgico della capacità di 35000 tonnellate annue di ghisa, da riconsegnare una volta completata la gestione statale.
Approvato tra le polemiche, il progetto fallisce in poco tempo. Neanche la realizzazione della rete ferroviaria nazionale riesce  a costituire un impulso per la troppo arretrata industria siderurgica italiana: di essa beneficiano imprese straniere, soprattutto dell’area tedesca. La “questione siderurgica” trova nuovo impulso con la svolta imposta nella politica economica italiana dei governi della Sinistra storica. In particolare va sottolineata l’adozione, nel 1878, di una tariffa daziaria fortemente protettiva per alcuni prodotti, in specie quelli siderurgici.
Uno dei principali sostenitori del cambiamento di rotta è il Ministro della Marina Benedetto Brin, che auspica, fin dal 1876, il ricorso ad impianti nazionali per la costruzione di corazze navali in acciaio.
Nonostante la nuova tariffa e gli sforzi del Brin il problema rimane aperto per vari anni ancora, a causa della carenza di strutture produttive attrezzate in senso moderno.
L’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza (1882), con gli impegni militari che ne derivano, porta ad accelerare i tempi. Nel 1883 B. Brin guida una nuova commissione di indagine sulle ferriere nazionali. Essa rileva una generale insufficienza degli stabilimenti, e individua nella Fonderia Cassian Bon di Terni una concreta possibilità di sviluppo. Si creano così le premesse per la candidatura di Terni quale sede atta ad ospitare il nuovo insediamento produttivo, potendosi dimostrare che la città è dotata di un apporto idrico praticamente illimitato e di uno stabilimento già operante e consistente per dimensione e produttività. E’ il frutto degli stretti rapporti tra l’ex ministro e Vincenzo Stefano Breda, titolare della Società Veneta di Costruzioni e azionista di maggioranza della Fonderia Breda, imprenditore da tempo legato alle commesse di opere pubbliche, specialmente nel settore edile. Breda ottiene fiducia nel tentativo di costruire a Terni un grande impianto siderurgico moderno, che affranchi l’Italia (in primo luogo in campo militare) dalle importazioni. Si giunge così a quel 10 Marzo 1884 che segna la nascita della SAFFAT.
L’affare Terni è il risultato di una decisione di investimenti presa in comune dallo Stato, che ha le sue buone ragioni per non voler più dipendere dall’estero per il rifornimento di prodotti di acciaio necessari per la sua difesa, e da un gruppo di capitalisti e di imprenditori che, proprio perché operano nel contesto di una economia ancora essenzialmente agricola, prediligono come loro campo di azione le iniziative in vario modo finanziate dai programmi di spesa statale o da questi alimentati, come gli acquedotti, le spese edilizie pubbliche, le costruzioni ferroviarie. Lo Stato, promotore dell’iniziativa, ne affida la realizzazione ad imprenditori privati, guidati da V.S. Breda. Pertanto, pur essendo un affare avviato con l’apporto finanziario diretto e determinante dello Stato, resta essenzialmente, come afferma giustamente F. Bonelli, un affare privato, creato da privati nell’ambito dei loro programmi industriali e finanziari e da essi gestito senza l’interferenza dei controlli statali. Alla formazione del capitale sociale della Società contribuiscono, infatti, nel giro di pochi mesi, la Regia Marina, con alla testa il ministro Benedetto Brin, Vincenzo Stefano Breda a titolo personale, la Società Veneta, un gruppo di capitalisti e banchieri veneti, i maggiori istituti di credito: in pratica tutti i rappresentanti più in vista delle forze capitalistiche impegnate nel boom di investimenti che in questo momento è in pieno svolgimento. Lo Stato aveva preso l’impegno di anticipare 12 milioni sul conto delle future forniture dell’impresa e di assicurare l’acquisto di 8600 tonnellate di piastre per la corazzatura delle navi, cioè, in pratica, di una quantità di prodotto che desse lavoro agli stabilimenti per il tempo sufficiente ad ammortizzare le previste spese di impianto. La decisone del governo consente alla Società di rivolgersi alle banche, che tra il 1884 e il 1886 si impegnano a versare cospicui anticipi, in particolare la Banca Nazionale e il Credito Mobiliare. La costruzione degli impianti comincia subito. Sul momento i finanziamenti vengono assicurati dai versamenti che gli azionisti si sono impegnati ad onorare con la sottoscrizione del capitale. Gli istituti di credito assicurano altri mezzi e il collocamento delle azioni. Ben presto, però, ci si accorge che le spese per la costruzione dei nuovi impianti e per completare quelli in fase di avviamento si rivelano, per ragioni tecniche e per una errata impostazione dei progetti, superiori a quelle preventivate. Ad un certo punto, verso la metà del 1887, vengono addirittura a mancare i fondi per le spese correnti dell’attività produttiva e per il pagamento delle ordinazioni già effettuate; questo avviene proprio nel momento in cui la società non può contare su introiti per vendite di prodotti. Le critiche della stampa e la sfavorevole situazione monetaria aggravano ulteriormente le difficoltà della Società Terni, che si vede decurtati gli impegni di finanziamento già presi dalle banche. L’elemento determinante per il superamento della crisi è l’intervento del governo che offre nuove anticipazioni per una grossa fornitura di 2500 tonnellate di piastre corazzate.
Tutto questo sta a dimostrare che la Terni resta in vita solo perché se ne impedisce il fallimento. Il problema dei debiti della società può trovare una definitiva soluzione nel 1894 allorché la Banca d’Italia subentra alla Banca Nazionale e agli altri istituti di credito e allorché viene impostato un piano decennale di ammortamento dei detti debiti. Da quel momento la gestione della Terni, attuando una severa politica di bilancio, richiesta dai maggiori azionisti, sarà molto parca nella distribuzione dei dividendi e molto prodiga negli ammortamenti, per cui diminuisce puntualmente il debito con la Banca d’Italia secondo le previste scadenze.
Progressi vengono fatti anche da un punto di vista tecnico nella produzione dell’acciaio, conseguendo risultati tecnologici a livello internazionale, senza tuttavia risolvere il problema dell’adozione di scelte definitive circa l’indirizzo industriale della Società, tra orientamento rivolto alla produzione commerciale ed un orientamento invece rivolto alle produzioni belliche.
Per questa via fu anche possibile mantenere buone le relazioni con il governo, al quale la società cominciò a rimborsare le anticipazioni avute in precedenza. Così, dopo le enormi spese di impianto sostenute tra il 1884 e il 1890, dopo le perdite accumulate nella fase di avviamento della produzione e in presenza di un cospicuo indebitamento, tale politica permette alla Terni, nel settembre del 1898, di accedere alla borsa valori senza rischio alcuno e di far registrare subito una notevole plusvalenza sul valore nominale.

4. IMPIANTI

Il 10 Marzo 1884 fu costituita la Società degli altiforni, Fonderie e Acciaierie di Terni. I lavori di costruzione iniziarono con la realizzazione del collegamento ferroviario con la stazione di Terni e la Fonderia che iniziò la fusione dei pezzi in ghisa necessari. Per i pezzi più grandi fu installata nell’area del nuovo stabilimento una fonderia provvisoria, nella quale furono montati due forni destinati successivamente al servizio del convertitore Bessemer.

La fonderia provvisoria effettuò 80 fusioni, per 3200t di acciaio, la più grande di 150 t.

Nel Maggio 1886 fu laminata la prima rotaia e nell’ottobre fu colato il primo lingotto per le corazze. Negli anni successivi si assiste ad una crescita notevole della Società attraverso :

  • aumento del numero dei forni Martin Siemens;
  • raddoppio della potenzialità dell’officina meccanica;
  • installazione della fonderia dell’acciaio;
  • realizzazione  dell’officina per la fabbricazione dei proiettili;
  • installazione del reparto per la fabbricazione degli acciai per utensili;
  • installazione di un laminatoio per lamiere;

Nel 1898 lo stabilimento di Terni si sviluppava su un area di 220.000 mq dei quali 51.000 mq coperti.

I principali impianti erano:

SISTEMA AZIONAMENTO MACCHINARI: Il sistema di azionamento dei macchinari era costituito da turbine idrauliche tipo Pelton e Girard ad asse orizzontale e ad ammissione parziale; ciò consentiva, in molti casi, l’accoppiamento diretto con la macchina operatrice. Un altro gruppo importante di macchine idrauliche a colonna di acqua impiegate per i compressori. Come fluido motore veniva utilizzata una quota parte della portata del Velino che dava vita alla cascata delle Marmore. L’acqua veniva convogliata attraverso una condotta con portata di 5 m3/ s su un dislivello di 206 mt. 

IMPIANTO ARIA COMPRESSA: L’aria compressa veniva utilizzata per l’azionamento dei magli. Vennero installati 6 compressori ciascuno da 8 m3/min e 5,5 atm. Per mantenere l’erogazione dell’aria costante fu realizzato un serbatoio volano di aria compressa costituito da 2 tubi in ghisa di 1,25 mt di diametro e 400 mt di lunghezza, con un volume geometrico pari a 1000 m3. Impianto elettrico di illuminazione: Sin dal 1866 lo stabilimento era stato dotato di un impianto elettrico di illuminazione con 660 lampade a incandescenza e 130 ad arco. L’energia elettrica per le lampade ad incandescenza era prodotta da 4 dinamo accoppiate direttamente a due turbine idrauliche, mentre l’energia per le lampade ad arco era prodotta da 14 dinamo, azionata da 7 turbine idrauliche. Acciaieria BessEmer: L’acciaieria Bessemer di Terni era dotata i due convertitori, ciascuno da 8 tonnellate che potevano ruotare intorno ad un asse verticale, su due perni, uno dei quali, cavo, consentiva attraverso una serie di piccoli fori ( tubiere ), l’immissione dal fondo dell’aria soffiata. I convertitori installati a Terni erano di tipo acido ( a refrattario siliceo ) con conseguente impiego all’altoforno di minerali di coke ad elevata qualità data la scarsa capacità defosforante e desolforante di tale processo. Quando il prezzo della ghisa subì una diminuzione, la ditta fermò gli altiforni e da allora in poi la ghisa per la fonderia venne approvvigionata. I convertitori venivano caricati dall’alto con ghisa e coke a strati alterni, mentre l’aria comburente veniva soffiata dal basso mediante due macchine soffianti azionate da turbine idrauliche da 1000 CV e 1200 CV. L’affinazione del bagno di ghisa liquida durava 20-25 minuti.  L’acciaieria Bessemer occupava un’area coperta di 3100 m2. Il volume di produzione di acciaio era intorno alle 300 t/d; l’acciaio veniva impiegato per rotaie ferroviarie e travi a doppio T, nonché in qualche caso, per cerchioni ferroviari e prodotti in acciaio dolce.
Acciaieria Martin Siemens: Il forno Martin Siemens  era un forno a suola direttamente esposta alla fiamma, la cui carica poteva essere costituita da sola ghisa, da ghisa e rottame di acciaio, da ghisa e minerale di ferro. Il processo al forno Martin Siemens, pur se meno conveniente di quello al convertitore Bessmer si affermò progressivamente. L’acciaieria Martin Siemens di Terni, che negli anni successivi si chiamerà “ Martin 1”, comprendeva 5 forni da 22 t e u 1 piccolo forno da 3 t per prove. Quattro dei forni avevano rivestimento refrattario acido e uno basico. I quattro forni acidi avevano un piccolo forno installato a fianco, per il riscaldo della carica, in modo da aumentare la produttività. Il combustibile era ottenuto gassificando la lignite delle miniere di Spoleto in cinque gassogeni. L’acciaieria era anche dotata di due forni per produrre ferro pudellato, da caricare poi ai forni Martin Siemens. Fonderia di acciaio: Situata tra l’acciaieria Bessmer e l’acciaieria Martin Siemens vi era una fonderia acciaio, che comprendeva 2 campate ( 600 mq) per formatura, essiccazione delle forme e colaggio e una ( 400mq) per modellisteria. La formatura era effettuata in sabbia. Il peso del getto massimo era 40 t. pesi superiori potevano essere gettati nell’acciaieria Martin Siemens.  La fabbricazione dei getti iniziò nel 1890.
Acciaieria al crogiolo: Per produrre le qualità più pregiate di acciaio si utilizzò il processo di fusione al crogiolo. Questo metodo consisteva nel far fondere del ferro cementato ( che aveva assorbito carbonio, dopo trattamento a caldo per contatto con carbone ) in un recipiente di materiale refrattario. A fusione avvenuta si apriva il crogiolo, si rimuoveva la scoria e si colava il metallo in lingottiere di ghisa producendo un acciaio completamente libero da inclusioni.  All’epoca della costruzione dello stabilimento di Terni l’acciaieria al crogiolo più aggiornata era quella della Krupp. La SAFFAT iniziò le prove di questo processo nel 1891 e sviluppò la produzione per acciai per utensili e proiettili. L’acciaieria al crogiolo comprendeva un fabbricato di 700 mq con due forni da 27 crogioli ognuno, riscaldati a gas di lignite. Il ferro cementato veniva prodotto in due forni posti all'esterno nei quali veniva caricato il ferro pudellato.
Impianti di laminazione e fucinatura: L’officina destinata a queste operazioni di deformazione a caldo dei lingotti di acciaio aveva una superficie coperta di 20000 mq comprendenti laminatoi per lamiere, profilati, cerchioni, magli, presse, forni di riscaldo e trattamento termico, macchine di fucinatura e proiettili.

Lo stabilimento di Terni era dotato all’epoca, dei seguenti laminatoi:

  • laminatoio per rotaie e profilati costituito da 3 gabbie trio, con cilindri del diametro di 740 mm, azionato da una turbina idraulica da 1000 CV e dotato con 3 forni di riscaldo;
  • laminatoio per profilati medi  costituito da 3 gabbie trio, con cilindri dal diametro di 500 mm, azionato da una turbina idraulica da 500 CV, adatto a laminare quadri, tondi, putrelle e dotato di un forno di riscaldo;
  • laminatoio piccoli profilati costituito da 5 babbie ( 3 trio e 2 duo ), con diametro dei cilindri di 290 mm, azionato da una turbina da 150 CV, adatto a lavorare piccoli profilati, tondi e vergella da lavorare successivamente alla trafila;
  • laminatoio per lamiere e piastre costituito da una gabbia trio, con i cilindri superiore e inferiore del diametro di 910 mm e quello centrale di 600 mm, lungo 3 mt e azionato da una turbina da 1000 CV; il riscaldo dei pezzi era effettuato in due forni;
  • laminatoio per cerchioni ferroviari: costituito da due cilindri parralleli ad asse verticale, azionato da una turbina da 800 CV.

Per quel che riguarda la fucinatura essa si effettuava con due sistemi principali: il maglio e la pressa. La fucinatura di Terni a quell’ epoca era equipaggiata con una serie di magli di varia potenza. Il più famoso era quello da 108 t ( il più grande al mondo ) da molti però ritenuto già obsoleto al momento della sua installazione. Esso infatti fu sostituito molto presto da una pressa idraulica a fucinare da 4500 t e dal laminatoio corazze. Poco dopo fu installata una pressa da 2000 t adatta a fucinare pezzi più piccoli.
La fucinatura al maglio era inoltre dotata di un gruppo di magli più piccoli, tutti ad aria compressa, dei quali i più importanti erano da 15, 10 e 7 t, con peso massimo dei pezzi da1,5 t a 15 t. Le lavorazioni principali di questi magli riguardavano: cannoni sino al calibro di 152 mm, proiettili, assi per locomotive, tender, carri ferroviari, parti di macchine, trasformazione di lingotti a sezione ottagonale in sbozzati forati al centro per alimentare il laminatoio cerchioni.

Vi erano inoltre:

  • pressa a fucinare da 2000 t dotata di due forni di riscaldo a gas;
  • pressa da 6000 t per sagomare le corazze delle navi fino ad uno spessore max di 450 mm dotata di due forni a suola mobile per il riscaldamento dei pezzi. La pressione di lavoro era di 500 atmosfere ottenute con un gruppo di pompe mosse da una turbina da 200 CV;
  • calandra a quattro cilindri da 350 mm di diametro e 3500 mm di lunghezza, per curvare piastre e lamiere;
  • due presse proiettili, una da 400 t orizzontale, e l’altra da 200 t, verticale, con pressione di lavoro di 120 atmosfere
  • impianto di fucinatura barre per utensili dell’acciaio al crogiolo che veniva lavorato in barre di varie sezioni, con un maglio di 400 Kg;
  • forni di trattamento termico: il reparto era dotato di una serie di forni a suola per la ricottura e la distensione
  • impianto di saldatura elettrica ad arco voltaico, ad elettrodo di carbone, con una dinamo da 300 A a 80 V, azionata da una turbina idraulica.

OFFICINE DI FINITURA: Avevano una superficie coperta di 6000 mq e comprendevano:

  • officina finitura rotaie dotata di raddrizzatrici, frese doppie per lo spianamento delle testate, trapani orizzontali per la foratura, due turbine da 30 CV per l’azionamento delle macchine;
  • officina finitura corazze e cannoni dotata di 2 grandi torni paralleli, di cui uno fino a 15 mt di lunghezza, 1 tornio- foratrice lungo 29 mt, 9 piallatrici, 34 macchine di taglio, trapani, limatrici, macchine utensili varie;
  • officina finitura proiettili dotata di macchine ad elevata precisione e di un sistema di collaudo per pressione interna fino a 500 atmosfere;
  • officina Valnerina esterna all’opificio industriale, dotata di un impianto di stampaggio, di macchine utensili di finitura degli stampati.

TRATTAMENTI SPECIALI: Tali impianti erano necessari per il trattamento dei materiali costituenti i proiettili e le corazze. Questi impianti erano costituiti da:

  • 3 forni a volta mobile per riscaldare le corazze e i cannoni prima della tempra;
  • 1 forno a torre per le anime dei cannoni;
  • 1 vasca di tempra del diametro di 6 m e profonda 7 m;
  • Forni vari.

OFFICINE AUSILIARIE, LABORATORI PROVE: Occupavano una superficie coperta di 4650 mq ed erano costitute da:

  • Officina torneria cilindri;
  • Officina refrattari in cui partendo dalle materie prime ( quarzo, sabbie, dolomiti) venivano realizzati i refrattari dei forni;
  • Laboratorio chimico;
  • Laboratorio prove meccaniche con apparecchi esecuzione prove di trazione e flessione fino a 100 t;
  • Laboratorio di metallografia.

5. RAPPORTI TRA LA SOCIETA’ TERNI E TERNI CITTA’

La società Terni ha avuto un peso determinante per lo sviluppo, l’orientamento e l’economia della città.

Nella pubblicistica e nell’immagine comune Terni diviene la città dell’acciaio, mentre il nome della sua principale azienda tende ad essere abbreviato semplicemente in “ Terni” o “ la Terni”, in un processo di identificazione messo in crisi solo negli anni piů recenti. La città cresce grazie alla fabbrica, in molti casi è gemmazione di quest’ultima. Terni, centro minore dell’Umbria, diviene, grazie al processo di industrializzazione, la seconda città della regione.
A Terni le aree industriali risultano essere, tra ottocento e novecento, il polo di attrazione maggiore, quello a cui tende a rapportarsi l’insieme delle funzioni urbane del paesaggio, i caratteri della città. Tutto questo determinò una programmazione della crescita della città fortemente ipotecata dalla grande impresa. Lo stesso piano Lattes-Staderini  del 1934 dovette tener conto di tale realtà nel ridisegnare il reticolo urbano di Terni, così come dovette tenerne conto, nonostante le distruzioni dei bombardamenti, il piano di ricostruzione di Mario Ridolfi nel 1944. L’aumento di popolazione, la capacità di attrazione del polo industriale ternano, si coniugano, nel dopoguerra, con il nuovo progetto della “ Terni” che individua nella produzione di elettricità il possibile volano della ripresa dell’azienda.
Alla fine degli anni Venti la società operava nel settore lignitifero, in quello chimico e in quello siderurgico, oltre che nel ramo elettrico. Un peso così determinante sulla città di un solo gruppo industriale, nei fatti implica il rinsaldarsi di una cultura, di un ideologia, di forme di vita quotidiana strutturate sul modello della fabbrica, oltre che una dipendenza economica massiccia della città dall’azienda.
Le competenze della Terni e le sue funzioni organizzative si estendono allo stesso tempo libero dei suoi dipendenti, finendo con l’investire buona parte della vita sociale della città.
Coerentemente con le direttive governative nell’Opera Nazionale del Dopolavoro del 1 Maggio del 1925, la società costruisce e gestisce abitazioni, mense, refettori, spacci, chiese, asili, colonie, cinema, biblioteche, impianti sportivi e ricreativi.
Questa politica oltre ad avere rilevanti effetti ideologici e di controllo sociale, perviene ad una sorta di smonetizzazione del salario erogato. E’ quella che è stata definita la “ fabbrica totale”, nucleo di organizzazione e gestione del consenso operaio del “ regime reazionario di massa”.
Nel 1927 la Società assume verso il Comune di Terni anche l’impegno di risolvere il problema dell’abitazione operaia e avvia una serie di costruzioni significative. Spiccano tra questi interventi il Grattacielo, il palazzo Rosa e la serie di villaggi operai destinati ad essere di spunto per la realizzazione di altre società .Questo effetto polarizzante che la Società Terni ha sempre esercitato, a lungo andare, forse, non è risultato del tutto positivo.
La Terni, infatti, sostanzialmente non ha agito sull’ambiente come centro di propagazione di forze ma piuttosto come centro di assorbimento di forza lavoro. Ciò si traduce nella sensazione localmente diffusa che tutto dipende ( come viene affermato nello “ Studio Regionale sull’Umbria del 1964 ) dalla Terni  e che questa, per la sua stessa mole e per i vincoli di dipendenza che, direttamente o indirettamente, crea in tutti i cittadini, ha negativamente influito sulla nascita e lo sviluppo di capacità imprenditoriali.