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STORIA DELLA CREAZIONE
DELLA TERNI 1. GENESI DELLO SVILUPPO INDUSTRIALE Un discorso, seppur
sintetico, dello sviluppo industriale italiano, osservato in particolare nel
suo svolgimento iniziale, non è facile, considerando le condizioni politiche
e di asservimento che la penisola presentava nella prima metà dell’800,
divisa in sette Stati di varia grandezza e importanza. Le conclusioni delle
analisi e degli studi eseguiti a tale proposito (vedi Barbagallo nella sua
indagine sulle “ Origine della grande industria contemporanea”, A.
Tremelloni, B. Caizzi ) non forniscono un quadro positivo del problema.
Ovunque i progressi dell’industria nei vari settori (tessile, minerario,
metalmeccanico ecc..) apparivano assai modesti. Il Caizzi ne attribuisce la
colpa, parlando della Lombardia “ alla tendenza al più stretto protezionismo
economico che era allora comune a tutti gli stati italiani”. In realtà la
Lombardia, come il Veneto, la Liguria o qualsiasi altra regione o Stato,
erano troppo piccole per alimentare un sufficiente mercato interno di
scambio e troppo deboli per praticare una politica di espansione industriale
fuori dei loro confini, qualunque fosse l’aiuto dello stato. Non si ha
notizia, per esempio, intorno agli anni ’30, come scrive F. Mori ne “ La
rivoluzione industriale e l’Italia” di una macchina a vapore introdotta in
Italia; i telai meccanici per la lavorazione dei tessuti sono praticamente
sconosciuti. La produzione industriale era produzione di beni di consumo e
l’organizzazione della produzione sembrava quasi ferma; la regola, nella più
importante industria, quella tessile era data dalla lavorazione a domicilio
per conto di un mercante – imprenditore, il quale forniva a centinaia di
lavoranti, nelle città, nei borghi e nelle campagne , la materia prima e ne
ritirava poi il prodotto finito per provvedere in proprio alla vendita. Il
mercante imprenditore prende il nome di “fabbricante” ma è evidente che lui
è assai più un commerciante che non un industriale, in quanto la produzione
è condizionata dalle ordinazioni che riceve e, in genere, dalle esigenze
commerciali, mentre le esigenze di uno sviluppo organico della produzione
industriale occupano un posto secondario. Per di più, la dispersione dei
mezzi di produzione nelle mani di piccoli produttori rende assai difficile
l’evoluzione tecnica e la razionalizzazione e concentrazione del processo
produttivo. Ronciglione e Terni, che sembrano essere stati in quel periodo
importanti centri di attività siderurgica nello Stato Pontificio, in realtà,
anche se ben poco si è in grado di dire su di esse, dovevano presentare un
livello tecnologico ormai superato e destinate, perciò, ad una rapida
scomparsa. Tutto questo sta a dimostrare che veramente in Italia la
rivoluzione industriale inglese ebbe ”assai pallide ripercussioni”. In gran parte delle città italiane l’industria è ancora allo stadio artigianale; la lavorazione a domicilio è tutt’ora diffusa sia nelle città che nelle campagne; gli scambi sono limitati perché il mercato è ristretto e modesto per il basso livello dei consumi; vi è scarsità di facili vie di comunicazione, in particolare nelle zone montagnose dell’interno;insufficienti le linee ferroviarie, soprattutto nel mezzogiorno, dove solo qualche centinaio di chilometri di ferrovia si dipartiva da Napoli per Salerno, da un lato, e verso Capua , dall’altro. Sullo sfondo di questo quadro di arretratezza, sul quale gli studiosi sono concordi, esistevano, tuttavia, specie nell’industria tessile e nel settore metallurgico e meccanico, opifici e stabilimenti dove la macchina, se non proprio quella più moderna, aveva fatto il suo ingresso, dove l’energia era fornita da macchine idrauliche o a vapore, anche se di modestissima potenza, ed anche se, specie nelle fabbriche metalmeccaniche, non esisteva specializzazione e si fabbricava un po’ di tutto, secondo le esigenze della clientela. Questa generale stazionarietà della produzione industriale in tutto il paese, se si fa eccezione di isole di progresso localizzate specialmente in Lombardia, creava per l’Italia le condizioni di una duratura arretratezza nel momento in cui i grandi paesi dell’Europa occidentale erano invece avviati a un totale rivolgimento della loro vita economica. Basterà ricordare, per intendere la portata di tale arretratezza, che già nel 1855 la produzione siderurgica inglese aveva raggiunto i tre milioni di tonnellate, cioè una cifra che in Italia si toccherà appena dopo il 1950. Il momento in cui la nazione italiana inizia, per così dire, il suo sforzo per il superamento della secolare arretratezza economica ereditata dai secoli della decadenza, coincide con la formazione dell’unità nazionale, che, appunto per questo, si può dire, anche sul piano economico, il più grande fatto della storia italiana nell’età moderna. 2. INDUSTRIA E CAPITALISMO L’unità politica ebbe effetti rilevanti sullo sviluppo capitalistico in Italia, che dal 1860 al 1890 percorse rapidamente due fasi successive. Nel ventennio 1861 –1880 si puntò sull’agricoltura dal momento che, come afferma R.Romeo in “ Breve storia della grande industria in Italia”, senza un’accumulazione di capitale non si sarebbe potuta avere in Italia , paese sostanzialmente agricolo, alcuna trasformazione in senso moderno. Il crescente aumento della produzione agricola rese possibile una certa accumulazione di capitali, che vennero opportunamente impiegati in opere e servizi pubblici e nei primi impianti di industrie collegate all’agricoltura. Anche lo Stato che, per ottenere il suo piano, aveva instaurato una politica del libero scambio in tutta la penisola, e che attraverso l’imposizione fiscale prelevava percentualmente oltre un decimo del reddito nazionale, investì molta parte delle sue entrate in opere pubbliche e altri servizi, favorendo contemporaneamente l’afflusso di capitali stranieri, che si diressero, di preferenza, nelle imprese minerarie e di pubblico servizio. Potè, così, crearsi in Italia un costoso insieme di infrastrutture, preliminari a ogni sviluppo industriale: ferrovie, strade, servizio postale, telegrafo. Traffici e redditi erano in aumento, l’economia si commercializzava, nascevano società anonime e istituti bancari. Cominciò a delinearsi una differenziazione tra il Nord manifatturiero e il resto d’Italia.Tra le prime grandi società industriali nacquero nell’ Italia settentrionale tra il 1871e il 1873 si ricordano il lanificio Rossi, il cotonificio Cantoni, il linificio e canapificio nazionale, la Richard Ginori, la Pirelli, la Cirio. Gli addetti all’industria passarono da 3.325.000 ( su 26,8 milioni di abitanti ) a 4.374.000 ( su 28,5 milioni di abitanti ), cioè, in percentuale dal 12, 4 al 15 %. Intorno al 1880, per effetto della concorrenza transoceanica, l’agricoltura italiana subì un grosso colpo e da base dello sviluppo divenne il settore più arretrato. Chi se ne avvantaggiò fu, in particolare, l’industria. La crisi agraria allontanò, infatti, braccia e capitali dalla terra, spingendoli rispettivamente verso l’occupazione e gli investimenti nei settori industriali; mutò, soprattutto, l’atteggiamento della classe politica che vedeva nell’industria un’improcrastinabile occasione per il prestigio economico dell’Italia. Due banche specialmente finanziano in modo massiccio l’industria: il Credito Mobiliare Italiano e la Banca Generale; lo stato dal canto suo determinò, con il suo intervento, la nascita dell’industria siderurgica e meccanica ( la Terni e la Breda ). Fin dal 1887 tali industrie erano potenti e, con l’appoggio dell’industria tessile e dei grandi interessi cerealicoli, riuscirono a far approvare dal governo la tariffa doganale protezionistica dalla quale ritrassero indubbi benefici. Furono quattro i settori che segnarono i maggiori progressi: il metallurgico, il chimico, il meccanico e il tessile. Nel settore metallurgico a progredire fu soprattutto la lavorazione del rame. La costituzione, nel 1886, della Società metallurgica italiana permise in pochi anni di decuplicare la produzione del rame e delle sue leghe. Con quello metallurgico, anche il settore siderurgico compì progressi. Qui, però, ad esprimere il rinnovamento fu soprattutto una sola fabbrica: l’ acciaieria di Terni. L’acciaieria ampliò notevolmente il proprio opificio industriale, arricchendolo con i più moderni impianti e rinnovandolo; rinnovò profondamente il settore delle acciaierie e delle ferriere, creando così il più colossale e progredito stabilimento siderurgico nazionale, capace di gareggiare, se non sul piano dei costi, almeno su quello tecnico con i più agguerriti stabilimenti stranieri. Se le acciaierie di Terni assunsero le dimensioni che si è detto, ciò avvenne perché il governo incoraggiò l’iniziativa assegnandole gli appalti per la realizzazione dei nuovi apparati bellici. Fu, insomma, lo Stato, a determinare il sorgere e l’affermarsi di questo colosso. Lo stato fu sostanzialmente alla base anche dei progressi che si manifestarono nel settore meccanico. Intervenne cospicuamente a favore dell’industria meccanico-navale e dell’industria bellica, assegnando commesse governative e concedendo particolari contributi , oltre che agevolazioni fiscali. Si potè ottenere così che affermate società straniere come, ad esempio, la Armstrong, per paura di essere escluse dalle forniture militari cui fino ad allora avevano provveduto, venissero ad impiantare i propri stabilimenti in Italia. E si ottenne, peraltro, che stabilimenti italiani si ammodernassero ( come i cantieri Ansaldo, gli Orlando, i Pettirossi ), utilizzando mezzi propri o anche ricorrendo ( è il caso della casa della Guppy & Co.di Napoli ) al capitale e all’assistenza tecnica straniera, allo scopo di far fronte alle commesse per navi da guerra ( scafi e motori marini) che il governo aveva stabilito di assegnare ai cantieri e alle officine nazionali; senza dire che, stimolando, con adeguati incentivi, le compagnie di navigazione mercantile ad acquistare in Italia i piroscafi, fino ad allora comprati all’estero, altri cospicui ordinativi furono assicurati al settore cantieristico e meccanico-navale. Negli stessi anni anche l’industria ferroviaria, che, specie per la costruzione di carri e vetture,aveva ormai vinto la concorrenza straniera, compiva notevoli progressi. Ma il settore principe maggiormente trainante era quello tessile, “ un po’ – come fu detto- per merito proprio più che per l’aiuto diretto o indiretto dello stato”. Il progresso riguardò un po’ tutti i comparti, ma in particolare quello cotoniero. La politica protezionistica accordata all’industria del cotone produsse anche un altro risultato positivo: quello di fare affluire, dalla Svizzera e dalla Germania, stranieri che si insediarono nelle vallate lombarde adiacente i loro paesi. Nell’industria chimica i progressi avevano riguardato prevalentemente le produzioni dell’acido solforico, dell’acido cloridrico, dei perfosfati, del solfuro di carbonio, del carbonato di sodio, della gomma, dei cavi telegrafici sottomarini, ecc.; benché limitati a pochi settori, i progressi registrati erano notevoli, con un incremento produttivo spesso di dimensioni assai considerevoli. Dai dati relativi alla forza motrice impiegata in quel periodo risulta evidente l’ampiezza del progresso industriale e del rinnovamento tecnico verificatosi. I dati posseduti indicano che tra il 1876 e il 1890, le caldaie esistenti in Italia passarono da 4.459 a 9.983 e la relativa potenza passò da 54.000 a 157.000 CV e la potenza idraulica passò da 457.000 a 496.000 cavalli. La produzione dell’energia elettrica e la sua voluminosa crescita farà compiere, negli a cavallo del secolo, un altro passo avanti, altamente positivo, al panorama industriale, perché sostituiva una materia prima di importazione con una nazionale ( il carbone nero con il carbone bianco), perché sospingeva il paese verso un tipo moderno di industrializzazione, fatto non di operai a bassa qualificazione professionale, ma di tecnici, di impiegati, di progettisti, perché, guarderà come dirà L. De Rosa in “La rivoluzione industriale in Italia”, non solo alla banca come a una sua naturale alleata, ma anche alle scuole superiori e ai politecnici, indispensabili per una vasta e crescente ricerca scientifica. Il merito maggiore andava allo Stato, specialmente per la grande industria, in quanto con il protezionismo continuò a servirsi di essa per il suo armamento leggero e pesante, di terra e di mare, e continuò ad elargire, nel contempo, esenzioni fiscali, premi, contributi diretti e indiretti. I privati, non potendo sostenere l’alto costo di alcuni materiali come il ferro e l’acciaio, rinunciarono alle lavorazioni nelle quali era prevalente, nel costo del prodotto, il costo del ferro e dell’acciaio e, si rivolsero, di preferenza, ad industrie dove l’incidenza del costo della materia prima era minore e più elevato quello dell’apporto tecnico. L’intervento dello Stato, nelle varie forme, ha supplito, così, all’insufficienza del capitale privato di rischio, non in grado di affrontare gli imponenti investimenti necessari in impianti, in ricerca ed avviamento. Il processo di industrializzazione costò certamente dei sacrifici: ne risentirono le popolazioni agricole e tutto il Mezzogiorno; gli operai impiegati erano sottoposti a pesanti orari di lavoro, la disoccupazione frequente, i salari appena sufficienti a soddisfare le prime necessità. Ma accanto a tutto questo – annota lo storico liberale Rosario Romeo – è giocoforza ricordare che, proprio in virtù dei sacrifici imposti per decenni alla campagna e al Mezzogiorno, un paese come l’Italia povero di territorio e di risorse naturali e sottoposto ad una fortissima pressione demografica sia riuscito, unico tra quelli dell’area mediterranea, a creare un grande apparato industriale, una civiltà urbana altamente sviluppata e a diffondere più civili e indipendenti rapporti tra gli uomini e tra le classi, una più moderna concezione della vita, una più larga partecipazione delle popolazioni ai beni materiali e morali del mondo moderno. E’ chiaro che quando si discorre dello sviluppo del capitalismo in Italia non è solo un aspetto della nostra storia che preso in considerazione, ma anche lo sforzo fondamentale, tra quelli che gli italiani hanno compiuto per edificare la civiltà moderna nel proprio paese 3. LA FONDAZIONE DELLA TERNI La “ Società degli Alti
Forni Fonderie e Acciaierie di Terni” viene fondata il 10 Marzo 1884 per
costruire e gestire impianti capaci di produrre acciaio secondo le tecniche
più avanzate in uso nei maggiori paesi industriali e col proposito specifico
di fabbricare le piastre necessarie alla corazzatura delle navi della Marina
Militare. 4. IMPIANTI Il 10 Marzo 1884 fu costituita la Società degli altiforni, Fonderie e Acciaierie di Terni. I lavori di costruzione iniziarono con la realizzazione del collegamento ferroviario con la stazione di Terni e la Fonderia che iniziò la fusione dei pezzi in ghisa necessari. Per i pezzi più grandi fu installata nell’area del nuovo stabilimento una fonderia provvisoria, nella quale furono montati due forni destinati successivamente al servizio del convertitore Bessemer. La fonderia provvisoria effettuò 80 fusioni, per 3200t di acciaio, la più grande di 150 t. Nel Maggio 1886 fu laminata la prima rotaia e nell’ottobre fu colato il primo lingotto per le corazze. Negli anni successivi si assiste ad una crescita notevole della Società attraverso :
Nel 1898 lo stabilimento di Terni si sviluppava su un area di 220.000 mq dei quali 51.000 mq coperti. I principali impianti erano: SISTEMA AZIONAMENTO MACCHINARI: Il sistema di azionamento dei macchinari era costituito da turbine idrauliche tipo Pelton e Girard ad asse orizzontale e ad ammissione parziale; ciò consentiva, in molti casi, l’accoppiamento diretto con la macchina operatrice. Un altro gruppo importante di macchine idrauliche a colonna di acqua impiegate per i compressori. Come fluido motore veniva utilizzata una quota parte della portata del Velino che dava vita alla cascata delle Marmore. L’acqua veniva convogliata attraverso una condotta con portata di 5 m3/ s su un dislivello di 206 mt. IMPIANTO ARIA
COMPRESSA: L’aria compressa veniva utilizzata per l’azionamento dei magli.
Vennero installati 6 compressori ciascuno da 8 m3/min e 5,5 atm. Per
mantenere l’erogazione dell’aria costante fu realizzato un serbatoio volano
di aria compressa costituito da 2 tubi in ghisa di 1,25 mt di diametro e 400
mt di lunghezza, con un volume geometrico pari a 1000 m3. Impianto elettrico
di illuminazione: Sin dal 1866 lo stabilimento era stato dotato di un
impianto elettrico di illuminazione con 660 lampade a incandescenza e 130 ad
arco. L’energia elettrica per le lampade ad incandescenza era prodotta da 4
dinamo accoppiate direttamente a due turbine idrauliche, mentre l’energia
per le lampade ad arco era prodotta da 14 dinamo, azionata da 7 turbine
idrauliche. Acciaieria BessEmer: L’acciaieria Bessemer di Terni era dotata i
due convertitori, ciascuno da 8 tonnellate che potevano ruotare intorno ad
un asse verticale, su due perni, uno dei quali, cavo, consentiva attraverso
una serie di piccoli fori ( tubiere ), l’immissione dal fondo dell’aria
soffiata. I convertitori installati a Terni erano di tipo acido ( a
refrattario siliceo ) con conseguente impiego all’altoforno di minerali di
coke ad elevata qualità data la scarsa capacità defosforante e desolforante
di tale processo. Quando il prezzo della ghisa subì una diminuzione, la
ditta fermò gli altiforni e da allora in poi la ghisa per la fonderia venne
approvvigionata. I convertitori venivano caricati dall’alto con ghisa e coke
a strati alterni, mentre l’aria comburente veniva soffiata dal basso
mediante due macchine soffianti azionate da turbine idrauliche da 1000 CV e
1200 CV. L’affinazione del bagno di ghisa liquida durava 20-25 minuti.
L’acciaieria Bessemer occupava un’area coperta di 3100 m2. Il volume di
produzione di acciaio era intorno alle 300 t/d; l’acciaio veniva impiegato
per rotaie ferroviarie e travi a doppio T, nonché in qualche caso, per
cerchioni ferroviari e prodotti in acciaio dolce. Lo stabilimento di Terni era dotato all’epoca, dei seguenti laminatoi:
Per quel che riguarda
la fucinatura essa si effettuava con due sistemi principali: il maglio e la
pressa. La fucinatura di Terni a quell’ epoca era equipaggiata con una serie
di magli di varia potenza. Il più famoso era quello da 108 t ( il più grande
al mondo ) da molti però ritenuto già obsoleto al momento della sua
installazione. Esso infatti fu sostituito molto presto da una pressa
idraulica a fucinare da 4500 t e dal laminatoio corazze. Poco dopo fu
installata una pressa da 2000 t adatta a fucinare pezzi più piccoli. Vi erano inoltre:
OFFICINE DI FINITURA: Avevano una superficie coperta di 6000 mq e comprendevano:
TRATTAMENTI SPECIALI: Tali impianti erano necessari per il trattamento dei materiali costituenti i proiettili e le corazze. Questi impianti erano costituiti da:
OFFICINE AUSILIARIE, LABORATORI PROVE: Occupavano una superficie coperta di 4650 mq ed erano costitute da:
5. RAPPORTI TRA LA SOCIETA’ TERNI E TERNI CITTA’ La società Terni ha avuto un peso determinante per lo sviluppo, l’orientamento e l’economia della città. Nella pubblicistica e
nell’immagine comune Terni diviene la città dell’acciaio, mentre il nome
della sua principale azienda tende ad essere abbreviato semplicemente in “
Terni” o “ la Terni”, in un processo di identificazione messo in crisi solo
negli anni piů recenti. La città cresce grazie alla fabbrica, in molti casi
è gemmazione di quest’ultima. Terni, centro minore dell’Umbria, diviene,
grazie al processo di industrializzazione, la seconda città della regione.
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