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RADIOATTIVITA’ E RADIOPROTEZIONE NELL’INDUSTRIA SIDERURGICA di Barbieri relatore: Ferrari S. Abstract A partire dagli anni ’80, l’utilizzo sempre più diffuso di sorgenti radioattive nell’industria, in campo medico e nei prodotti di uso comune, la mancanza di procedure per la corretta separazione del materiale radioattivo e la sempre maggiore conoscenza dei rischi associati all’esposizione degli individui a sorgenti radioattive sono state alcune tra le cause che hanno portato il problema della contaminazione radioattiva all’attenzione del mondo siderurgico. Con il decreto legge. 230/95 l’Italia definì il limite di equivalente di dose per esposizione globale per i lavoratori e le responsabilità in termini di radioprotezione all’interno di un’azienda. In questo decreto la figura dell’esperto qualificato assunse maggiori compiti e responsabilità rispetto al precedente decreto del ‘64. Furono tuttavia l’incidente occorso all’Alfa Acciai del 1997 e la successiva promulgazione dell’ordinanza della Regione Lombardia che indussero le aziende siderurgiche italiane a adottare una seria politica in materia di radioprotezione. La consapevolezza dei danni economici, dei danni d’immagine e soprattutto dei danni legati alla salute pubblica derivanti da un incidente di radiocontaminazione hanno indotto tanto i cantieri di raccolta e separazione dei rottami di materiali ferrosi quanto le aziende che acquistano il rottame per alimentare il loro ciclo produttivo a adottare procedure specifiche e strumenti sempre più sofisticati per la rilevazione di eventuali sorgenti radioattive. Il tutto con la finalità di ridurre al minimo i rischi per l’impresa, per la salute dei lavoratori e per l’ambiente. Nonostante la maggiore attenzione da parte di tutti, continuano tuttavia le segnalazioni di carichi contenenti sorgenti radioattive e di incidenti di radiocontaminazione.
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